Pietra di volta del pensiero classico, testimonianza storica e compendio di idee che ha condizionato tutta la filosofia occidentale, l’Apologia di Socrate venne scritta da Platone in gioventù e da secoli viene tradotta, interpretata e studiata. Si tratta del discorso che Socrate tenne per difendersi nel 399 a.C. dalle accuse di empietà e corruzione dei giovani ateniesi. Davanti a cinquecento giudici, Socrate deve scagionarsi persuadendoli della propria innocenza, e se non riuscirà a convincerne almeno la metà verrà condannato a morte. Gli uomini che lo hanno incriminato sono mossi da politici che lo considerano un pericolo per l’ordine costituito e soprattutto per il loro potere. Nell’Apologia è contenuta la sua sapienza, già confermata dall’oracolo, il centro del suo pensare: il sapere di non sapere, che lo distingue da politici, poeti e artigiani, i quali si vantano di ciò che sanno e con la loro tracotanza non fanno altro che creare danni alla società. Qui emerge il suo daimonion, la sua voce intima, il riflesso del divino che lo guida e costituisce la sua coscienza morale. Solo il dio infatti conosce, solo il dio è bene e giustizia, il resto è umanità. Nonostante le sue parole siano razionali e fiere, il filosofo è pronto ad affrontare la condanna e ad accogliere l’errore di coloro che sono chiamati a giudicarlo.