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Storie in cui non puoi fidarti del narratore

Quante volte capita di leggere un libro e, già dai primi capitoli, avere la sensazione che qualcosa non torni? Che la voce che sta guidando non sia del tutto affidabile o che, semplicemente, stia mostrando solo una parte di verità? Ci sono dei romanzi in cui chi racconta non è veramente neutrale, ma interpreta, omette, distorce e manipola al punto da ribaltare le prospettive e le certezze del lettore. Eccone alcuni che vi faranno dubitare di tutto… persino di voi stessi!

 

La paziente silenziosa di Alex Michaelides è un thriller psicologico con un plot twist sconvolgente. Alicia viene ritrovata accanto al cadavere del marito Gabriel, e ogni sospetto porta a lei come esecutrice materiale del delitto. La donna è profondamente sotto shock, chiusa in un mutismo impenetrabile, nessuno riesce a convincerla a parlare e di conseguenza a confessare l’omicidio e il movente. Lo psicoterapeuta Theo Faber, affascinato dal caso, decide di farsi assegnare come paziente proprio Alicia per cercare di destarla da questo silenzio. Indagando nella vita della donna, emergeranno verità taciute e zone d’ombra. Theo è, tuttavia, un narratore inaffidabile, molto affascinante ma enigmatico. Più egli parla e si avvicina alla verità, più il lettore si sente confuso e non riesce a mettere insieme i pezzi del puzzle. Cosa nasconde davvero la sua missione?

 

In American psycho di Bret Easton Ellis abbiamo l’esempio lampante di quanto possa ingannare la voce narrante. All’apparenza, Patrick Bateman è l’uomo ideale: brillante, ricco, impeccabile in ogni dettaglio. Ma più egli parla, più emerge una figura inquietante, violenta, ossessionata dall’apparenza e dal sadismo. In questa storia si passa dall’invidia per l’esistenza patinata del protagonista a una repulsione totale nei suoi confronti, soprattutto quando si scopre la sua natura di psicopatico omicida. Un libro inquietante, in cui non c’è spazio per la redenzione.  

 

Fight club di Chuck Palahniuk racconta la storia di un uomo senza nome, insoddisfatto e soffocato da una vita banale e schiavo del consumismo. La sua esistenza cambia quando incontra Tyler Durden, al suo contrario carismatico e anarchico. Insieme fondano il Fight club, un circolo clandestino dove gli uomini possono combattere per sentirsi vivi, finchè tutto deraglia in violenza e caos. Il narratore ci trascina nelle sue ambiguità, nel senso di alienazione, soffre di disturbi di identità che tendono ad ingannare il lettore mostrando solo ciò che conviene e omettendo pezzi di realtà. È come ascoltare una confessione a metà.

 

Ne Lo straniero di Albert Camus abbiamo come protagonista il signor Meursault, che dopo la morte della madre (per la quale non esprimerà alcun tipo di emozione) si ritroverà casualmente a diventare l’assassino di un uomo. Durante il processo, tuttavia, l’attenzione è diretta nei confronti della sua particolare personalità, non adeguatamente conforme alle regole pretese dalla società. Meursault è un narratore inattendibile perché interpreta il mondo in modo completamente personale e filtra tutto con totale indifferenza e superficialità. Racconta ogni episodio con un tono distaccato, non ingannando attivamente il lettore ma facendo vacillare la sua fiducia.

 

E infine L’impostore di Martin Griffin, un thriller in cui il lettore si troverà a dubitare dalla prima all’ultima pagina. Siamo in un hotel isolato nelle highlands scozzesi, e durante una tempesta di neve arriva un uomo ferito che si presenta come un agente di polizia coinvolto in un incidente durante il trasporto di un pericoloso detenuto. Poco dopo arriva un secondo personaggio, il quale afferma di essere anch’egli un poliziotto. Uno dei due di sicuro mente. Chi è l’impostore? Un thriller claustrofobico in cui le identità si sovrappongono, e che mette il lettore in una posizione scomoda. Tutti potrebbero essere credibili, ma tutti potrebbero anche mentire.

 

Alla fine di questo viaggio resta una domanda inevitabile: di chi puoi fidarti davvero?   

 

Ilaria, libraia Giunti al Punto Corigliano