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Recensione "La nostalgia che avremo di noi", Anna Voltaggio

Il romanzo d’esordio di Anna Voltaggio si presenta come un libro che ospita una serie di racconti apparentemente slegati tra loro, ma la connessione esiste, e scorrendo tra le pagine saranno proprio le riflessioni del lettore a tesserne la trama. I protagonisti di queste storie hanno scelto delle vite che per un motivo o per un altro non riescono a cambiare, fanno continuamente promesse che non possono mantenere. Non rischiano, non consento al cuore di “saltare oltre l’ostacolo”, ma si privano quasi volontariamente della felicità. Preferiscono accontentarsi di essere le amanti di qualcuno che mai lascerà la moglie per loro, gli eterni bambini indecisi, quelli che volevano ma per qualche ragione non hanno potuto.

 

La paura del fallimento non vale il sacrificio della loro zona di comfort: famiglia, lavoro, affetti, abitudini. E queste parole nelle loro vite suonano come acciaccature su un pentagramma di errori, come decisioni prese in pochi secondi e scontate per il tempo restante. Solo che le rinunce non devono per forza essere delle sconfitte, e in quelle dei personaggi si può intravedere la convinzione nella scelta dell’errore, la tenerezza dei loro smarrimenti, e la certezza che per affezionarsi ad ognuno di loro non serve leggere e sapere nulla più di quello che l’autrice narra: Clara esce di casa per vedere il suo amante, consapevole che lo lascerà; Nina si innamora di un paziente psichiatrico ricoverato nella struttura dove lavora; Lorenzo lascia la sua famiglia per Rachele, che cercando una sua nuova identità osserva ciò che non potrà essere mai più.

 

Negli attimi fugaci in cui si definisce la vera essenza dei personaggi il lettore scopre cosa li accomuna un pò tutti: l’incompiutezza, l’essere delle persone non risolte, la paura del futuro, la nostalgia di un passato che distrugge il presente, la fatica di mantenere tutto esattamente com’é. La chiave di lettura del romanzo è nell’ultimo capitolo, l’unico a essere scritto in terza persona e dedicato ad un sommelier che perde in seguito al Covid 19 l’olfatto, oltre al lavoro, e si scopre all’improvviso fallibile.

 

Questo libro ci spiega, con la delicatezza e al contempo la brutalità della vita, che perdere è un modo per guardare oltre a quello che abbiamo da sempre creduto perfetto, per poi scoprire che non lo era. Quando l’esistenza o le delusioni calpestano ciò che siamo come erba, dovremmo ricordare che l’erba un giorno diventerà sentiero. 

 

Rita, libraria Giunti al Punto Catanzaro

Anna Voltaggio
Si potrebbe dire che dentro un libro come questo, in cui la forma di un romanzo si scompone e si frammenta, i fantasmi della vita si muovono con più naturalezza, si permettono pause, giocano con la nostalgia, si interrogano sul tempo, e sulle intermittenze del presente. I personaggi di Anna Voltaggio sono dentro la nostalgia di un inconoscibile passato, conoscono l'amore soltanto come una forma illusoria, vivono di tenerezze incerte, di desideri rimasti in sospeso, di sentimenti da tenere a bada; e accendono bagliori improvvisi su vite di cui non ci serve sapere più di quanto viene accennato. Spiegano l'erotismo senza dirlo, il piacere senza inseguirlo, modulano l'attesa come un puzzle incompleto, dove le tessere che mancano generano un altro disegno, e mostrano l'errore come unica forma possibile di libertà. In queste pagine popolate di voci perdute sembra che arrivi di tanto in tanto il rumore della vita, dove il futuro si mescola al passato come un paradosso, in un presente che non rinuncia a nulla eppure si smarrisce di fronte ai sogni e ai desideri. In questo libro d'esordio, Anna Voltaggio chiude i conti con ricordi, desideri e ossessioni scegliendo dettagli, cucendo assieme con scrittura asciutta e decisa, che non dimentica le ferite, storie che mettono in luce tutte le nostre incapacità, tutti i nostri difetti troppo umani.
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Nella fotografia attaccata al frigorifero sorrido, mi è sempre parso fosse un sorriso sincero, eppure stamattina mi accorgo di una lieve crepa all’angolo della bocca, una crepa che di colpo mi fa sentire l’impegnò che ho messo in quel sorriso. L’uomo della fotografia ha una brutta camicia a scacchi rosa e marrone […] ho l’improbabile posa di un uomo appagato, tradito da una camicia stonata e da un sorriso bugiardo.